Medina di Tunisi

Passeggiando per la Medina di Tunisi occorre frenare il desiderio di capire tutto subito.

Lo spazio non si misura in metri, ma in ombre. Il tempo non è lineare: è il ritmo delle voci che rimbombano sotto le qubba, il passo lento dell’asino carico di pelli, la mano del muratore che aggiunge uno strato di calce al muro bianco come un’assoluzione quotidiana.

Qui la fatica è un atto sacro. L’artigiano del rame non batte solo il metallo: scaccia il male con ogni colpo. Il venditore di tessuti, quando tira giù la saracinesca, non chiude un negozio: chiude un pezzo di casa. Si vive di baraka, quella benedizione invisibile che trattiene la polvere e fa sì che una tazza di tè alla menta, servita in un bicchiere scheggiato, sulle pietre consumate di un cortile, valga più di ogni caffè perfettamente igienizzato del centro.

A sera, quando il sole abbandona le zuqaq (i vicoli) e resta solo il profumo del cumino e del gelsomino marcio, la Medina si rivela per quello che è: un organismo vivo che non ha bisogno di mostrarsi. In silenzio, si riesce a percepire il suo respiro chiuso.

La Medina è un modo di stare al mondo che la modernità non ha ancora convinto a cambiare.